Intelligenza Artificiale

PENSAI: pensare con l’IA senza diventare una macchina

Salvatore Martino · · 18 min

Un metodo indipendente dall’IA per mantenere il controllo delle decisioni, distinguere evidenze e ipotesi e verificare ciò che le macchine producono

Di Salvatore Martino

Non ho costruito un’intelligenza artificiale

PENSAI non nasce dal desiderio di costruire un’altra intelligenza artificiale.

Nasce, semmai, dal dubbio opposto.

Da qualche anno mi sono posto una domanda che, con l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, è diventata sempre più difficile da ignorare:

Come possiamo utilizzare strumenti sempre più potenti senza consegnare loro, poco alla volta, il controllo del nostro modo di pensare e di decidere?

Non è una domanda contro la tecnologia.

Al contrario.

Ho sempre considerato la tecnologia uno strumento attraverso il quale l’uomo può aumentare le proprie possibilità. La mia formazione tecnica e le esperienze che ho attraversato nel corso della vita mi hanno insegnato però anche un’altra cosa: uno strumento è utile soltanto finché rimane uno strumento.

Quando comincia a stabilire lui il criterio con cui dobbiamo giudicare ciò che produce, il rapporto cambia.

È da questa preoccupazione che nasce PENSAI.

Il principio che più semplicemente riassume ciò che sto cercando di fare è:

«Voglio usare e non essere usato.»

Non è uno slogan.

È il punto da cui ho cominciato a costruire il metodo.


Da dove vengo

Non vengo da una software house e non vengo da un laboratorio universitario di intelligenza artificiale.

Vengo da una formazione tecnica e da una vita nella quale ho incontrato, in forme diverse, problemi concreti, responsabilità, errori, misurazioni, procedure, strumenti e decisioni.

Ho imparato che una decisione non diventa buona semplicemente perché alla fine si rivela fortunata.

Una decisione può essere corretta per caso.

Può essere sbagliata pur essendo stata presa con le migliori intenzioni.

Può essere presa con molte informazioni e tuttavia essere costruita male.

Con il tempo ho iniziato a vedere un elemento comune in esperienze apparentemente lontane tra loro: la qualità di una decisione dipende anche dalla struttura del processo attraverso il quale viene presa.

È da questa esperienza, progressivamente, che PENSAI ha cominciato a prendere forma.

Ho raccontato più dettagliatamente questo percorso in un testo dedicato alla nascita del metodo. Dall’esperienza al metodo: come è nato PENSAI

Non ho avuto, all’inizio, un progetto completo.

Avevo una serie di domande, osservazioni e convinzioni che dovevano ancora trovare una struttura.

Il lavoro è consistito nel trasformarle progressivamente in un metodo.


Il problema è cambiato quando è arrivata l’IA

Per molto tempo abbiamo utilizzato strumenti che facevano una cosa abbastanza precisa.

La calcolatrice calcolava.

Il motore di ricerca cercava.

Il programma eseguiva.

Il database conservava.

L’intelligenza artificiale generativa introduce qualcosa di diverso.

Può produrre una risposta.

Può formulare un’ipotesi.

Può spiegare.

Può confrontare.

Può scrivere.

Può persino suggerire quale decisione prendere.

E lo fa utilizzando un linguaggio che noi esseri umani siamo abituati ad associare al pensiero.

Qui nasce un problema che considero fondamentale.

Una risposta ben formulata non è necessariamente una risposta vera.

Una risposta sicura non è necessariamente una risposta verificata.

Una risposta prodotta da una macchina non diventa automaticamente un’evidenza.

Questa non è una critica all’intelligenza artificiale.

È una distinzione che dobbiamo imparare a mantenere proprio perché l’intelligenza artificiale è diventata così utile.


L’errore che voglio evitare

Non voglio sostituire la fiducia cieca nella macchina con una sfiducia cieca nella macchina.

Sarebbe lo stesso errore, rovesciato.

L’IA può essere straordinariamente utile.

Può accelerare il lavoro, trovare collegamenti, produrre alternative, aiutare nella ricerca e permettere a una persona di affrontare problemi che senza quello strumento richiederebbero molto più tempo.

La domanda corretta, quindi, non è:

«Devo fidarmi dell’IA?»

Per me la domanda è:

«Per quale compito, in quali condizioni e sulla base di quali evidenze posso utilizzare questo risultato?»

Questa differenza è importante.

La ricerca sull’automation bias e sui sistemi di supporto decisionale studia da anni proprio il rapporto tra indicazioni automatiche e giudizio umano. Non esiste una semplice equazione secondo cui l’essere umano segue sempre la macchina: il comportamento dipende dal contesto, dalla fiducia percepita, dall’esperienza e da molti altri fattori.

Il problema, però, esiste.

E oggi assume una dimensione ancora maggiore perché i sistemi generativi non si limitano a fornire un segnale: possono costruire una risposta che sembra già ragionata.

Una tesi di dottorato di M. Gadala ha studiato i meccanismi dell’automation bias e le possibili strategie di mitigazione. Un’altra ricerca dottorale, di Kate Goddard, ha analizzato il fenomeno nell’ambito dei sistemi di supporto alle decisioni cliniche. M. Gadala — Automation bias: exploring causal mechanisms and potential mitigation strategies Kate Goddard — Automation bias and prescribing decision support

PENSAI non nasce per appropriarsi di queste ricerche.

Nasce perché mi sono trovato davanti allo stesso problema da un’altra prospettiva: come trasformare questa consapevolezza in un processo operativo.


Metodo e strumento

Questa è una delle prime distinzioni che ho voluto fare.

PENSAI non è un’intelligenza artificiale.

Non è ChatGPT.

Non è un modello linguistico.

Non è legato a una particolare azienda.

Non è legato a un particolare linguaggio di programmazione.

È un metodo e, progressivamente, un sistema software che implementa quel metodo.

Questa distinzione per me è essenziale.

Se domani esistesse un’intelligenza artificiale migliore di quella che utilizziamo oggi, PENSAI dovrebbe poterla utilizzare.

Se dopodomani quella tecnologia venisse sostituita, PENSAI dovrebbe poter continuare a funzionare.

Se un altro strumento producesse risultati migliori, dovrei poterlo scegliere.

Per questo ho chiamato modalità agnostica la posizione secondo cui il metodo non deve essere subordinato a un modello, a una piattaforma o a un’azienda.

La tecnologia deve essere scelta per la sua utilità.

Non per appartenenza.


Dall’idea al codice

Qui voglio fare una precisazione importante perché spesso, parlando di PENSAI, si rischia di descriverlo come una teoria.

PENSAI non è soltanto teoria.

È stato trasformato in software.

Il metodo è stato progressivamente formalizzato fino a diventare un core decisionale deterministico, implementato in PHP.

Questo passaggio è stato fondamentale.

Finché una procedura rimane scritta in linguaggio naturale, molte delle sue regole possono essere interpretate.

Quando invece bisogna trasformarla in codice, ogni passaggio deve diventare sufficientemente preciso da poter essere eseguito.

Ho dovuto quindi confrontarmi con condizioni, regole, stati, criteri, vincoli e risultati.

Il metodo ha dovuto diventare una struttura.

Il percorso tecnico è documentato nel progetto: sono stati sperimentati linguaggi e architetture differenti fino a separare il nucleo decisionale dalla tecnologia con cui viene eseguito. Sono stati inoltre definiti Golden Test Vectors, cioè risultati di riferimento destinati a verificare che implementazioni differenti mantengano lo stesso comportamento. Dall’idea al software: il percorso verso PENSAI

Questo per me è uno dei punti più importanti del progetto.

Il metodo non deve dipendere dal linguaggio.

PHP è un’implementazione.

Non è PENSAI.

L’evoluzione prevista verso un core in Rust, con una separazione tra motore decisionale e interfaccia, segue esattamente questa logica.

Cambiare linguaggio non dovrebbe significare cambiare metodo.

Se il metodo cambia soltanto perché cambia il linguaggio nel quale è scritto, allora non abbiamo realmente separato il metodo dallo strumento.


Che cosa significa deterministico

La parola “deterministico” può sembrare tecnica, ma per me contiene un’idea molto semplice.

A parità di condizioni, dati, regole e criteri, il sistema deve produrre lo stesso risultato.

Non deve cambiare decisione perché oggi il sistema “si sente” diversamente.

Non deve cambiare criterio perché la formulazione della domanda è stata resa più seducente.

Non deve inventare una regola nuova mentre la sta applicando.

Questo non significa che la realtà sia deterministica.

La realtà è complessa, incompleta e spesso incerta.

Significa invece che la parte del processo che abbiamo deciso di formalizzare deve essere controllabile e riproducibile.

L’incertezza deve essere rappresentata.

Non nascosta dietro una risposta apparentemente sicura.


Il processo

Nel tempo il metodo si è strutturato attorno a una sequenza che può essere sintetizzata così:

STATO → OBIETTIVO → OPZIONI → VINCOLI → VALUTAZIONE → DECISIONE → AZIONE → VERIFICA

La sequenza può sembrare semplice.

Ma proprio la semplicità è intenzionale.

Prima di decidere occorre sapere in quale situazione ci troviamo.

Prima di valutare occorre sapere quale obiettivo stiamo cercando.

Prima di scegliere occorre conoscere le alternative.

Prima di agire occorre considerare i vincoli.

Dopo l’azione occorre verificare.

Questo ultimo passaggio è fondamentale.

Una decisione non termina quando viene presa.

Termina quando possiamo confrontare ciò che avevamo previsto con ciò che è realmente accaduto.

È lì che il metodo può imparare dai propri errori.


Fatti, ipotesi e segnali

Un’altra distinzione che considero fondamentale riguarda il modo in cui trattiamo le informazioni.

Un fatto non è un’opinione.

Un’evidenza non è un’impressione.

Un’ipotesi non è una certezza.

Un segnale non è una prova.

L’epoca digitale tende invece a mettere tutto sullo stesso piano.

Un post può sembrare una fonte.

Un numero può sembrare un’evidenza.

Una risposta dell’IA può sembrare una conclusione.

Un grande numero di visualizzazioni può sembrare consenso.

Non lo è necessariamente.

PENSAI cerca di mantenere queste categorie separate.

Non perché ogni informazione possa essere classificata perfettamente, ma perché il semplice atto di chiedersi che tipo di informazione abbiamo davanti cambia il modo in cui la utilizziamo.


La modalità agnostica

La modalità agnostica nasce dalla stessa esigenza.

Non voglio che PENSAI diventi dipendente da una tecnologia.

Non voglio che un modello diventi indispensabile.

Non voglio che una piattaforma acquisisca automaticamente autorità soltanto perché è quella che utilizziamo più spesso.

E non voglio che questo accada nemmeno a PENSAI.

Se un giorno emergerà un metodo migliore, dovrò poterlo riconoscere.

Se una parte di PENSAI sarà sbagliata, dovrà poter essere modificata.

Se l’intero metodo sarà superato, dovrà poter essere abbandonato.

Ho chiamato questa condizione clausola di autodistruzione.

È forse una delle parti più difficili da accettare di tutto il progetto.

Perché significa costruire qualcosa senza pretendere che debba sopravvivere per forza.

Ma considero questa condizione necessaria.

Un metodo che deve essere sempre difeso smette di essere un metodo e diventa una fede.


Non voglio creare una nuova autorità

Questa è una delle ragioni per cui considero importante dire anche che cosa PENSAI non è.

Non è un oracolo.

Non è una macchina che conosce la verità.

Non è una religione tecnologica.

Non è una sostituzione del pensiero umano.

Non è una garanzia che una decisione sarà corretta.

Non è nemmeno una dimostrazione che l’uomo sia sempre più intelligente della macchina.

L’essere umano sbaglia.

Le macchine sbagliano.

La differenza deve essere cercata nel modo in cui gestiamo gli errori.

Se una macchina produce un risultato, voglio poterlo contestare.

Se una persona prende una decisione, voglio poterla verificare.

Se PENSAI produce una valutazione, voglio poter ricostruire il processo che l’ha generata.

La trasparenza, per me, non significa spiegare tutto in modo complicato.

Significa poter capire perché si è arrivati a quel risultato.


L’autonomia non è soltanto avere l’ultima parola

È facile dire che “l’uomo rimane al centro”.

Ma non basta.

Se una macchina suggerisce una decisione e l’essere umano la approva automaticamente, possiamo ancora dire che l’essere umano è responsabile formalmente.

Ma quanto controllo ha avuto realmente?

La ricerca contemporanea sull’autonomia nei sistemi di supporto decisionale sta affrontando proprio questa domanda. Un lavoro pubblicato su Philosophy & Technology, Autonomy by Design: Preserving Human Autonomy in AI Decision-Support, affronta il problema di progettare sistemi che preservino effettivamente l’autonomia umana. Autonomy by Design — Springer Nature

Per me il punto è semplice:

supervisione umana non deve significare soltanto una firma alla fine.

Deve significare capacità di comprendere, mettere in discussione e, quando necessario, rifiutare il risultato.


La delega non è il nemico

Non penso che dobbiamo smettere di delegare.

La tecnologia esiste anche per questo.

Delegare un calcolo a una macchina è ragionevole.

Delegare una ricerca può essere ragionevole.

Delegare un compito ripetitivo può essere estremamente utile.

Il problema nasce quando non sappiamo più cosa abbiamo delegato.

Una recente ricerca accademica sulle conseguenze epistemiche dell’uso di AI Decision Support Systems nei processi decisionali di crisi analizza proprio fenomeni come cognitive offloading, automation bias e possibile erosione delle competenze. The tacit dimension of crisis decision-making — University of Twente

La domanda, quindi, non è:

«Quanto possiamo delegare?»

È:

«Quanto possiamo delegare senza perdere la capacità di controllare ciò che abbiamo delegato?»

PENSAI cerca di rendere questa domanda parte del processo.


PENSAI e l’AI Act

Non considero PENSAI un’alternativa alla regolazione dell’intelligenza artificiale.

L’Unione europea ha costruito un quadro normativo preciso attraverso il Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, che disciplina l’intelligenza artificiale secondo un approccio basato sul rischio e introduce, tra le altre cose, divieti, requisiti per determinati sistemi ad alto rischio, obblighi di trasparenza e regole per i modelli di IA per finalità generali. La versione consolidata ufficiale è aggiornata al 27 luglio 2026.

Considero questa regolazione importante.

Ma la legge e il metodo rispondono a domande diverse.

La legge stabilisce obblighi.

PENSAI cerca di disciplinare un processo decisionale.

Per questo, nella mia visione:

conformità normativa non significa automaticamente buon processo decisionale.

Un sistema può essere conforme a una norma e una persona può comunque utilizzarlo male.

La regolazione è necessaria.

Non è sufficiente.


Non ho inventato il problema

Voglio essere molto chiaro anche su questo.

Non sostengo che PENSAI abbia inventato il problema dell’autonomia nell’IA.

Non l’ha fatto.

Il problema esiste nella ricerca sull’automation bias, nella filosofia della tecnologia, nell’etica dell’IA, nella governance e nella ricerca sui sistemi uomo-macchina.

Esistono framework importanti, come il NIST AI Risk Management Framework, e documenti internazionali come la Recommendation on the Ethics of Artificial Intelligence dell’UNESCO.

Esistono libri, articoli scientifici e tesi che affrontano responsabilità, autonomia, trasparenza, delega cognitiva e rapporto uomo-macchina.

PENSAI deve essere collocato dentro questo panorama, non sopra di esso.

La domanda che pongo è più circoscritta:

È possibile trasformare alcuni di questi principi in un metodo operativo deterministico, indipendente dal modello di IA utilizzato e verificabile nel suo comportamento?

Questa è la domanda alla quale sto cercando di dare una risposta attraverso PENSAI.


La differenza tra avere un sistema e aver dimostrato che funziona

Qui devo essere particolarmente prudente.

Il fatto che PENSAI esista come software non significa che io abbia già dimostrato scientificamente che PENSAI sia superiore a ogni altro metodo.

Non lo sostengo.

Il codice dimostra che il metodo è stato formalizzato e implementato.

I test possono verificare che il software rispetti le regole definite.

I Golden Test Vectors possono contribuire a garantire che implementazioni diverse mantengano lo stesso comportamento.

Ma tutto questo non basta ancora a dimostrare che una persona che utilizza PENSAI prenderà sempre decisioni migliori di una persona che non lo utilizza.

Per dimostrarlo servirebbero studi comparativi.

Servirebbero casi reali.

Servirebbero metriche.

Servirebbero anche risultati negativi.

Perché se voglio davvero cercare la verità, devo essere disposto a scoprire che una parte del metodo non funziona.

Questa distinzione per me è fondamentale:

esistenza non significa efficacia.

implementazione non significa validazione scientifica.

coerenza non significa verità.


Perché allora l’ho costruito?

Perché non mi bastava osservare il problema.

Volevo provare a costruire qualcosa.

Un’idea può rimanere nella testa per tutta la vita.

Un metodo, invece, deve essere scritto.

Un metodo scritto deve poter essere criticato.

Un metodo formalizzato deve poter essere implementato.

Un’implementazione deve poter essere testata.

E un sistema testato deve poter essere sottoposto alla realtà.

È questo il percorso che ho cercato di seguire.

Non so ancora quale sarà il giudizio definitivo su PENSAI.

Ma so che, a un certo punto, ho ritenuto più serio trasformare le idee in qualcosa che potesse essere esaminato da altri.


Ho quasi settantuno anni

C’è anche una ragione personale per la quale oggi sento l’urgenza di mettere questo lavoro a disposizione degli altri.

Nell’ottobre 2026 compirò 71 anni.

Lo dico senza trasformare l’età in un merito.

Non lo è.

L’età non dimostra che un’idea sia buona.

Non dimostra che un metodo funzioni.

Non dimostra niente di tutto questo.

Ma modifica una cosa: la percezione del tempo che rimane per raccontare personalmente ciò che si è costruito.

Io vorrei che PENSAI fosse conosciuto prima di andare, come dico scherzosamente, nella cosiddetta “collina degli stivali”.

La frase fa sorridere, ma dietro c’è una questione seria.

Ho lavorato a qualcosa che non vorrei rimanesse soltanto nella mia testa o nei miei computer.

Vorrei che fosse conosciuto.

Ma soprattutto vorrei che fosse esaminato.

Perché essere conosciuti non basta.

Se qualcuno legge PENSAI e dice che è una sciocchezza, almeno avrà avuto la possibilità di giudicarlo.

Se qualcuno trova un errore, potrò correggerlo.

Se qualcuno dimostra che una parte non funziona, quella parte dovrà cambiare.

Se qualcuno trova un metodo migliore, sarò io stesso a doverlo prendere in considerazione.

Questa è la forma di sopravvivenza che considero accettabile per il mio lavoro.

Non la conservazione.

La possibilità di essere utilizzato, criticato e superato.


Non voglio lasciare un monumento

Non mi interessa costruire un monumento a PENSAI.

Un monumento non deve funzionare.

Deve soltanto rimanere in piedi.

Io vorrei invece lasciare qualcosa che possa essere aperto, studiato e messo alla prova.

Per questo ho cercato di trasformare il metodo in codice.

Per questo ho cercato di rendere il comportamento deterministico.

Per questo sono stati definiti test di riferimento.

Per questo la tecnologia può cambiare senza che il metodo debba necessariamente cambiare.

E per questo considero importante anche l’eventuale passaggio verso Rust.

Se il metodo è realmente indipendente dallo strumento, deve poter attraversare anche il cambiamento tecnologico.


PENSAI può sbagliare

Questa frase deve rimanere dentro il progetto.

Non soltanto alla fine di un disclaimer.

PENSAI può sbagliare.

Può avere regole incomplete.

Può essere troppo rigido.

Può non considerare correttamente alcune situazioni.

Può produrre una valutazione non utile.

Può essere superato.

Può persino essere un’idea che, dopo essere stata testata, non regge.

Non considero questa possibilità una minaccia.

La considero parte del progetto.

Ho previsto quella che chiamo clausola di autodistruzione proprio per questo.

Se un giorno le evidenze dimostreranno che PENSAI non serve più, o che esiste qualcosa di migliore, non dovrei difenderlo.

Dovrei lasciarlo andare.

Altrimenti avrei costruito esattamente ciò che non volevo costruire:

un sistema che cerca di preservare se stesso.


La mia posizione sull’intelligenza artificiale

Non sono contro l’intelligenza artificiale.

La utilizzo.

La studio.

La metto alla prova.

In parte, lo stesso sviluppo di PENSAI è avvenuto confrontandomi con sistemi di IA.

Ma proprio per questo non voglio attribuirle un’autorità che non possiede.

L’IA è uno strumento.

Può essere uno strumento straordinario.

Può anche essere uno strumento pericoloso se viene utilizzato senza consapevolezza dei suoi limiti.

Il problema non è avere paura della macchina.

Il problema è dimenticare di essere noi quelli che hanno deciso di utilizzarla.


Una proposta, non una fede

Non chiedo al lettore di credere in PENSAI.

Chiedo qualcosa di più semplice e, allo stesso tempo, più difficile:

guardarlo.

Guardare come è nato.

Guardare come è stato formalizzato.

Guardare il codice.

Guardare le regole.

Guardare i test.

Provare a trovare gli errori.

Confrontarlo con altri metodi.

Usarlo.

E poi decidere.

Se dopo tutto questo PENSAI avrà valore, non sarà perché io l’ho dichiarato.

Sarà perché qualcuno avrà trovato un motivo per riconoscerlo.

Se invece non avrà valore, preferisco scoprirlo.

Perché il vero fallimento non sarebbe scoprire che PENSAI è sbagliato.

Il vero fallimento sarebbe impedire che possa essere scoperto.


Conclusione

Ho iniziato questo lavoro partendo da una domanda molto semplice:

Come posso utilizzare strumenti sempre più potenti senza diventare uno strumento nelle mani di chi li controlla?

La risposta che ho cercato di costruire è PENSAI.

Non so ancora se sia la risposta migliore.

So però che oggi non è più soltanto un’idea.

È un metodo formalizzato.

È un core decisionale deterministico.

È stato implementato in PHP.

È stato accompagnato da test di riferimento.

Ed è stato progettato per poter evolvere verso un’implementazione in Rust mantenendo separato il metodo dalla tecnologia.

Questo significa che il lavoro è arrivato a un punto nel quale non basta più raccontarlo.

Deve essere giudicato.

E forse è proprio questo il momento più importante.

Perché un’idea privata appartiene a chi la pensa.

Quando viene scritta, può essere letta.

Quando viene formalizzata, può essere analizzata.

Quando viene trasformata in codice, può essere eseguita.

Quando viene sottoposta alla realtà, può essere confermata oppure smentita.

Io vorrei arrivare a quel punto.

Prima della mia “collina degli stivali”, se possibile.

Non perché PENSAI debba sopravvivere a me.

Ma perché vorrei avere la possibilità di sapere se, oltre a me, qualcuno lo riterrà degno di essere continuato.

Questa, in fondo, è la sola cosa che posso chiedere.

Non di credermi.

Di verificare.


Disclaimer sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale

Questo saggio è stato elaborato con il supporto di sistemi di intelligenza artificiale generativa.

L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come strumento di ricerca, confronto, organizzazione e supporto alla scrittura. Il suo utilizzo non costituisce garanzia di accuratezza, completezza o validità delle informazioni contenute nel testo.

La responsabilità delle affermazioni relative a PENSAI, della selezione delle informazioni, delle interpretazioni e della versione finale del testo rimane dell’autore.

Le fonti scientifiche, istituzionali e normative citate sono utilizzate per contestualizzare i problemi affrontati e non implicano che gli autori delle fonti sostengano PENSAI o ne abbiano validato il metodo.

Il fatto che PENSAI sia stato formalizzato e implementato come software non costituisce, di per sé, una dimostrazione della sua efficacia scientifica o della sua superiorità rispetto ad altri metodi.

Le affermazioni relative al funzionamento, all’architettura e all’evoluzione tecnica di PENSAI devono essere distinte dalle valutazioni ancora da sottoporre a verifica empirica.

Il presente saggio deve pertanto essere letto come testimonianza dell’origine e dello stato di sviluppo di un metodo, non come certificazione della sua validità.

La possibilità di errore, critica, revisione, sostituzione o abbandono di PENSAI rimane parte integrante della posizione espressa dall’autore.


Fonti essenziali

Documentazione dell’autore e del progetto

Ricerca su autonomia e automazione

  • M. Gadala, Automation bias: exploring causal mechanisms and potential mitigation strategies: Tesi — City, University of London
  • Kate Goddard, Automation bias and prescribing decision support – rates, mediators and mitigators: Tesi — City, University of London
  • Stefan Buijsman, Sarah E. Carter, Juan-Pablo Bermúdez, Autonomy by Design: Preserving Human Autonomy in AI Decision-Support: Springer Nature
  • Sandra Verver, The tacit dimension of crisis decision-making: the epistemic consequences of the use of AI Decision Support Systems: University of Twente

Governance e regolazione

Salvatore Martino

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