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Io mi ricordo del bummulu

Salvatore Martino · · 7 min

Dal bummulu al climatizzatore: quando la tecnologia può anche semplificare la vita

Qualche giorno fa avevo scritto della terracotta e dello scambio termico. Parlavo di fisica, di come un materiale apparentemente semplice possa contribuire a gestire il calore.

Poi mi è tornato in mente il bummulu.

Per chi è cresciuto in Sicilia non è una parola difficile da capire. È quel recipiente di terracotta, porosa, nel quale si teneva l’acqua per mantenerla fresca. Una parte dell’acqua arrivava sulla superficie esterna, evaporava e sottraeva calore. Niente corrente elettrica, niente compressore, niente elettronica.

Da ragazzo non mi ponevo tutte queste domande. Il bummulu serviva a tenere fresca l’acqua e funzionava.

Oggi mi fa sorridere pensare che il bummulu non consumava token.

Non aveva server, GPU, software o sensori. Aveva terracotta, acqua e aria.

La battuta è volutamente moderna, ma dietro c’è una domanda che considero molto seria: quanta della complessità che costruiamo oggi è davvero necessaria per ottenere il risultato che cerchiamo?

Il caldo di oggi

Ci penso anche guardando le nostre estati.

Il clima sta cambiando e il caldo, in molte situazioni, rende sempre più necessario raffrescare gli ambienti. Questo significa maggiore ricorso ai climatizzatori e quindi maggiore consumo di energia.

Per una famiglia la questione non è soltanto tecnica. Quando la bolletta aumenta, il problema diventa economico.

Ed è proprio qui che mi torna in mente il bummulu.

Perché prima di chiedersi quale macchina comprare, forse bisognerebbe chiedersi quanto lavoro possiamo evitare alla macchina.

Non è una questione di tornare indietro.

È una questione di usare meglio quello che abbiamo.

Prima della macchina

I Romani non avevano il climatizzatore, ma conoscevano molto bene il problema del caldo. Usavano ombra, acqua, ventilazione, orientamento degli edifici, cortili e materiali capaci di accumulare e ritardare il passaggio del calore.

Avevano capito una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: una parte del problema può essere risolta progettando bene l’ambiente, prima ancora di aggiungere una macchina.

Il bummulu faceva esattamente questo, nel suo piccolo.

Non produceva artificialmente il freddo. Sfruttava un fenomeno naturale.

Ricordi di Sicilia

Forse è per questo che il bummulu mi ha riportato alla memoria altre immagini.

A Pantelleria, lo zio di un mio vecchio amico portava il bummulu con sé quando andava a raccogliere i capperi. Per chi non ha mai fatto quel lavoro può sembrare una cosa semplice. Ma basta immaginare una giornata intera nei terrazzamenti, sotto il sole, per capire che anche portarsi dietro l’acqua era parte della fatica quotidiana.

Mi vengono in mente anche i cavatori di Custonaci e i vecchi fornai.

Non voglio trasformare quei lavori in una nostalgia del passato. Erano lavori duri e la tecnologia ha fatto bene a renderne molti meno pesanti.

Ma quelle persone conoscevano direttamente la materia. Pietra, legno, fuoco, acqua, calore. Imparavano attraverso l’esperienza che cosa funzionava e che cosa no.

E poi penso a mio padre Antonino.

Da ragazzo faceva il gelatiere a Trapani. Ricordo il ghiaccio, il sale e la preparazione della salamoia necessaria per fare la scurzunera di gelsomino.

Oggi sappiamo descrivere quei fenomeni con formule, macchine e sistemi molto più sofisticati. La refrigerazione moderna ha cambiato completamente il modo di produrre il freddo e il condizionamento.

Westinghouse, per esempio, ha partecipato allo sviluppo di sistemi di condizionamento basati sulla refrigerazione a compressione.

È stata una grande evoluzione.

Ma anche una grande evoluzione ha una caratteristica molto semplice: quando una macchina produce freddo, da qualche parte deve arrivare l’energia necessaria per farlo.

Non scegliere una tecnologia: usarle insieme

E allora penso a una soluzione apparentemente molto più semplice: un condotto interrato.

L’aria che passa attraverso un sistema posto nel terreno può scambiare calore con il suolo, che a una certa profondità mantiene temperature più stabili rispetto all’aria esterna. Non è una macchina del freddo e non risolve tutto. Può però contribuire a ridurre il carico che dovrà affrontare il climatizzatore.

Lo stesso ragionamento vale per l’isolamento, l’ombra, la ventilazione naturale, la massa termica, l’orientamento dell’edificio e la vegetazione.

E poi c’è il climatizzatore.

Quando serve.

Questa per me è la parte interessante: non bisogna scegliere una tecnologia contro un’altra.

Bisogna far fare a ciascuna cosa ciò per cui è adatta.

E il Peltier?

Da perito elettrotecnico, non posso dimenticare l’effetto Peltier.

È una soluzione elegante. Non ha parti meccaniche in movimento ed è molto utile in applicazioni nelle quali servono compattezza, precisione e controllo della temperatura.

Ma non significa che sia automaticamente la soluzione migliore per raffrescare una casa.

Per grandi quantità di calore da trasferire, la refrigerazione a compressione rimane una tecnologia molto più adatta.

Anche qui la domanda corretta non è: “Qual è la tecnologia migliore?”

La domanda è: “Quale tecnologia è adatta a questo problema?”

Fare marameo alla complessità inutile

Abbiamo una tendenza abbastanza naturale: quando incontriamo un problema, aggiungiamo qualcosa.

Più potenza.

Più elettronica.

Più automazione.

Più componenti.

A volte è esattamente ciò che serve.

Altre volte no.

Non dobbiamo fare marameo alla tecnologia. Dobbiamo fare marameo alla complessità inutile.

Se posso impedire a una stanza di surriscaldarsi con l’ombra, perché devo prima pensare a un climatizzatore più potente?

Se posso migliorare l’isolamento, perché devo compensare una casa inefficiente aumentando i consumi?

Se posso sfruttare il terreno per pretrattare l’aria, perché non dovrei farlo?

E se alla fine serve il compressore, va benissimo.

Ma facciamogli fare soltanto il lavoro che non possiamo fare diversamente.

Spendere il minimo per ottenere il massimo

Alla fine ritorno sempre alla stessa domanda:

spendere il minimo per ottenere il massimo è possibile?

Non sempre.

Ma vale la pena porsela prima di comprare una macchina, installare un impianto o aumentare la potenza.

Quanto caldo posso evitare?

Quanto posso ottenere con l’ombra?

Con l’isolamento?

Con la ventilazione?

Con il terreno?

Con l’evaporazione?

E soltanto dopo:

quanto deve lavorare il compressore?

Forse questo modo di ragionare non è affatto antiquato.

È semplicemente un modo diverso di progettare.

Io mi ricordo del bummulu

Il bummulu mi è tornato in mente dopo aver scritto della terracotta.

E con il bummulu sono tornati anche altri ricordi: Pantelleria, i capperi, Custonaci, i vecchi fornai, mio padre Antonino, il ghiaccio, il sale, la scurzunera di gelsomino.

Poi, quasi senza accorgermene, sono arrivati Westinghouse, il compressore, il Peltier, l’elettronica e infine l’intelligenza artificiale.

Sembra un percorso assurdo.

In realtà il filo è sempre lo stesso: abbiamo un problema, abbiamo delle risorse e dobbiamo decidere come usarle per ottenere un risultato.

Oggi le nostre estati sono diverse da quelle che ricordavo. Il bisogno di raffrescare può aumentare e l’energia ha un costo che tutti, prima o poi, sentiamo.

Forse allora dovremmo cominciare da una domanda molto semplice:

quanto risultato posso ottenere prima ancora di accendere la macchina?

Il bummulu non consumava token.

Non aveva un algoritmo.

Non aveva bisogno di essere aggiornato.

Aveva terracotta, acqua e aria.

E funzionava.

Forse la tecnologia del futuro non sarà quella che aggiungerà sempre qualcosa.

Forse sarà anche quella che saprà capire quando qualcosa non serve.

Io, intanto, mi ricordo del bummulu.


Nota dell’autore: questo articolo intreccia ricordi personali, osservazioni tecniche e riferimenti storici e scientifici. I ricordi familiari e locali sono riportati come memoria personale e non come ricostruzione storica generale. Le considerazioni tecniche hanno carattere divulgativo e non costituiscono indicazioni progettuali.

Contenuto realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale. La responsabilità finale del testo, delle fonti, delle interpretazioni e della pubblicazione rimane dell’autore.

Questa versione mantiene il contenuto tecnico, ma il lettore segue un uomo che ricorda, non qualcuno che sta impartendo una lezione.

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Salvatore Martino

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