Decisione

La via unica italiana: geografia, energia e rete

OffLineMind · · 10 min

La via unica italiana: quando la geografia incontra la tecnologia

Salvatore Martino — PENSAI

Perito elettrotecnico anomalo. Non ingegnere, ma conoscitore dell’AI.

Forse la vera risorsa energetica italiana non è una fonte. È la capacità di far arrivare l’energia dove serve, quando serve.


Ogni volta che in Italia si parla di energia, prima o poi arriva la stessa domanda: nucleare sì o nucleare no?

Poi entrano in scena il fotovoltaico, l’eolico, il gas, l’idroelettrico, le batterie, la fusione, i piccoli reattori. E la discussione finisce quasi sempre nello stesso posto: una tecnologia contro l’altra.

A me questa cosa convince poco.

Forse perché, da perito elettrotecnico, sono abituato a guardare prima il circuito e poi il componente. Un componente può essere eccellente. Ma se lo inserisci nel posto sbagliato, non risolvi il problema. E allora mi sono chiesto:

E se stessimo guardando la questione energetica italiana dalla parte sbagliata?

Forse non dovremmo cominciare chiedendoci quale fonte scegliere. Dovremmo cominciare chiedendoci come far funzionare insieme quello che abbiamo.

L’Italia ha una particolarità che non possiamo ignorare

L’Italia è un Paese strano, energeticamente. Abbiamo le Alpi e gli Appennini. Abbiamo pianure industriali e coste. Abbiamo il Sud, le isole, zone molto esposte al sole, zone favorevoli al vento, montagne ricche d’acqua e territori con risorse geotermiche. Ma i luoghi dove è conveniente produrre energia non coincidono necessariamente con quelli dove l’energia viene consumata. Ed è qui che la geografia smette di essere una semplice caratteristica del Paese e diventa una variabile energetica.

La nostra storia lo racconta bene.

L’idroelettrico si è sviluppato dove c’erano acqua e dislivelli. La geotermia di Larderello è nata dove la Terra offriva qualcosa che altrove non esisteva.

Non abbiamo scelto sempre la tecnologia. Spesso è stato il territorio a suggerirci quale tecnologia utilizzare. Forse dovremmo tornare a ragionare in questo modo.

L’elettricità ha un problema particolare

Possiamo produrre moltissima energia. Ma questo non significa necessariamente che possiamo utilizzarla nel momento e nel luogo in cui ci serve.

È questa la parte che spesso scompare dal dibattito pubblico. Nel 2025 la domanda elettrica italiana è stata di circa 312 TWh. Il fotovoltaico ha prodotto oltre 45 TWh e le rinnovabili hanno continuato a crescere nella struttura produttiva nazionale.

Sono dati importanti.

Ma non raccontano ancora la storia completa.

Perché alle 13 di un pomeriggio assolato possiamo avere molta produzione solare. Alle 21, quella produzione può essere drasticamente diminuita. Nel frattempo qualcuno continua ad accendere una macchina industriale, un frigorifero, un computer, una pompa di calore.

La domanda non aspetta il sole.

Ed è qui che entra in gioco la rete.

Terna deve mantenere continuamente l’equilibrio tra produzione e consumo e gestire i flussi dell’intero sistema elettrico. È il lavoro del dispacciamento.

Istante per istante.

Queste due parole, secondo me, meritano molta più attenzione di quanta ne ricevano.

Forse abbiamo sottovalutato la rete

Per anni abbiamo immaginato la rete elettrica come un’infrastruttura quasi invisibile. I grandi impianti producono. I fili trasportano. Le case consumano.

Tutto finisce lì. Ma un sistema elettrico moderno è molto più complicato. Se il sole produce soprattutto in certe ore e in determinate zone, se il vento produce altrove, se l’idroelettrico ha una propria disponibilità e se una parte consistente dei consumi è concentrata nel Nord industriale, qualcuno deve mettere tutto questo in comunicazione.

Quel qualcuno è la rete.

Terna, nel Piano di Sviluppo 2025, prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti sulla rete nel periodo 2025-2034. Il progetto Hypergrid punta anche a rafforzare enormemente la capacità di trasferimento dell’energia tra le diverse zone del Paese, in particolare dal Sud verso il Nord.

È un dato che dovrebbe farci riflettere.

Mentre noi discutiamo di quale fonte sarà la protagonista del futuro, una parte enorme del lavoro consiste nel costruire le condizioni perché fonti diverse possano convivere nello stesso sistema.

Immaginiamo una giornata qualunque

È una giornata di sole. In Sicilia il fotovoltaico produce molto. In Puglia il vento soffia. Nel frattempo le industrie del Nord hanno bisogno di energia. Non abbiamo necessariamente un problema di produzione. Abbiamo un problema di distanza. Poi arriva la sera. Il sole scende. La domanda resta. Adesso il problema è diverso.

Non è più soltanto dove abbiamo l’energia.

È quando l’abbiamo.

A quel punto servono gli accumuli, l’idroelettrico, le altre fonti disponibili, le interconnessioni e il lavoro del dispacciamento.

E improvvisamente ci accorgiamo che non stiamo più parlando di una centrale. Stiamo parlando di un sistema.

La soluzione potrebbe essere più semplice di quanto immaginiamo

Quando sentiamo parlare di accumulo, pensiamo subito a tecnologie sofisticate. Ma l’idea più antica è forse ancora una delle più intelligenti.

  • L’acqua.
  • La sollevi.
  • La lasci scendere.
  • Produci energia.
  • È gravità.

È una tecnologia che non ha bisogno di essere raccontata con parole complicate. Esistono oggi anche sistemi che cercano di utilizzare masse solide secondo lo stesso principio. Energy Vault, per esempio, ha realizzato a Rudong, in Cina, un sistema di accumulo gravitazionale da 25 MW e 100 MWh. L’energia viene utilizzata per sollevare masse solide e viene successivamente recuperata durante la loro discesa. Non significa che questa sia la soluzione italiana. Significa che vale la pena guardare anche alla semplicità. Perché forse abbiamo commesso un errore concettuale: abbiamo iniziato a confondere la tecnologia più sofisticata con la soluzione migliore. Non sono la stessa cosa.

La domanda dovrebbe essere sempre:

Qual è il modo più semplice per risolvere questo problema?

E soltanto se quel modo non basta, aumentare la complessità. E il nucleare? A questo punto il nucleare torna naturalmente nella discussione.

Ma senza bisogno di trasformarlo nel protagonista. Nel settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente la delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. Questo passaggio non significa che domani sorgerà una centrale nucleare. La delega apre un percorso normativo. Restano da affrontare tecnologia, localizzazione, autorizzazioni, sicurezza, costi, combustibile, rifiuti, tempi di realizzazione e molte altre questioni.

Ed è proprio qui che l’approccio agnostico diventa utile.

Non bisogna decidere prima.

Bisogna verificare prima.

Se una tecnologia nucleare sarà in grado di offrire al sistema italiano qualcosa che le alternative non riescono a offrire in modo sufficiente, allora avrà senso considerarla. Se non lo sarà, sarà il sistema stesso a dircelo.

Anche newcleo appartiene a questa domanda

Tra le tecnologie che meritano di essere osservate c’è quella sviluppata da newcleo, basata su reattori veloci raffreddati a piombo. Nel 2026 ENEA ha annunciato la collaborazione EAGLES con newcleo, Ansaldo Nucleare, RATEN e SCK CEN, all’interno di una roadmap che comprende il dimostratore LEANDREA e successive fasi di sviluppo. È una possibilità tecnologica. Non ancora una risposta. Ed è importante mantenere questa distinzione. Una tecnologia promettente non è automaticamente una tecnologia pronta. Una tecnologia interessante non è automaticamente una tecnologia conveniente. Una tecnologia nuova non deve essere bocciata perché è nuova, ma nemmeno promossa perché è nuova.

Deve essere verificata.

È qui che la semplicità diventa una regola

Forse la questione energetica italiana potrebbe essere affrontata con una regola molto semplice. Non cercare la tecnologia più potente. Non cercare quella più moderna. Non cercare quella che piace di più.

Cercare quella che risolve il problema con la minore complessità necessaria.

  • A volte sarà una linea elettrica.
  • A volte un accumulo.
  • A volte l’idroelettrico.
  • A volte una nuova interconnessione.
  • A volte una fonte programmabile.
  • E potrebbe anche essere un nuovo reattore.
  • Non possiamo stabilirlo prima.

Possiamo soltanto costruire un sistema nel quale ciascuna possibilità venga misurata per quello che realmente è capace di fare.

Forse la vera risorsa italiana è proprio la rete

E allora ritorniamo al punto di partenza. Qual è la via italiana? Forse non è una fonte. Forse è una capacità. La capacità di mettere in relazione territori diversi.

Una Sicilia ricca di sole. Una Puglia dove il vento può diventare una risorsa. Le montagne dove l’acqua può essere accumulata. Le aree industriali dove l’elettricità viene consumata. Le isole che possono essere collegate. Gli accumuli che possono spostare energia nel tempo. Le interconnessioni che possono allargare il sistema oltre i confini nazionali. E, se necessario, nuove tecnologie capaci di garantire ulteriore produzione programmabile. Tutto questo ha bisogno di una struttura comune.

La rete.

Non è una fonte di energia. Ma senza una rete adeguata, anche una grande quantità di energia disponibile può diventare difficile da utilizzare nel momento giusto.

Ecco perché la qualità della rete potrebbe diventare una delle vere variabili strategiche della transizione energetica italiana. Non soltanto quanti gigawatt produciamo.

Ma quanto bene riusciamo a portarli dove servono.

Non dobbiamo produrre necessariamente tutto dove consumiamo

Questa è forse la conseguenza più interessante. Non è indispensabile che ogni territorio sia energeticamente autosufficiente. L’autosufficienza assoluta può persino essere una complicazione inutile. Un sistema interconnesso permette di sfruttare le differenze. Se in un luogo c’è più produzione di quella necessaria, quell’energia può essere trasferita. Se non può essere trasferita immediatamente, può essere accumulata. Se in un altro momento manca produzione, il sistema può utilizzare ciò che è stato accumulato o altre risorse disponibili.

È una forma di equilibrio.

Non una gara.

Ed è probabilmente qui che la geografia italiana smette di essere un limite e diventa una possibilità.

La via unica italiana

Forse la “via unica” italiana non è quindi scegliere una tecnologia. È scegliere un modo di ragionare. Prima il territorio. Poi la domanda. Poi la rete. Poi l’accumulo. Poi le fonti disponibili. Poi le tecnologie che ancora devono dimostrare quello che promettono.

E soltanto alla fine la scelta.

È un ordine diverso.

La vera sfida non è scegliere una fonte, ma far funzionare insieme energia, territorio e rete

Non si parte dalla tecnologia e si cerca un problema da risolvere. Si parte dal problema e si cerca la tecnologia necessaria. Questa è, forse, la parte più importante.

Non scegliere prima la tecnologia. Capire prima il problema. E lasciare che sia il sistema a dirci quale tecnologia serve.

Forse l’Italia non deve scegliere tra sole, vento, acqua, accumuli, gas e nucleare come se fossero squadre avversarie. Deve capire come farli lavorare insieme, quando ciascuno può essere utile. E forse la vera risorsa energetica italiana non è una nuova fonte.

È la capacità di trasformare una geografia frammentata in un sistema unico. Una rete che sappia portare l’energia da dove c’è a dove serve. Una rete capace di utilizzare l’accumulo quando il tempo diventa il problema. Una rete capace di integrare tecnologie differenti senza trasformarle in ideologie. Una rete che lavori, davvero, istante per istante. Forse la risposta non era nascosta dentro una nuova tecnologia. Forse era sotto i nostri occhi.

  • Nei tralicci.
  • Nei cavi.
  • Nelle interconnessioni.
  • Nei sistemi di accumulo.
  • E nella capacità di far parlare tra loro territori che, energeticamente, sono molto diversi.

La tecnologia resta fondamentale.

Ma forse deve tornare al suo posto.

Non è il fine.

È lo strumento.


Salvatore Martino — PENSAI

Perito elettrotecnico anomalo. Non ingegnere, ma conoscitore dell’AI.

Non pretendo di essere un ingegnere dell’energia, né un’autorità scientifica.

Sono un perito elettrotecnico che osserva i problemi cercando di capire come tecnologia, metodo e realtà possano stare insieme.

Da questa prospettiva nasce PENSAI: non per dare risposte definitive, ma per porre le domande giuste, distinguere ciò che sappiamo da ciò che dobbiamo ancora verificare e non confondere un’ipotesi con una soluzione.

L’AI è uno degli strumenti che utilizzo per questo lavoro.

La responsabilità del ragionamento e delle conclusioni rimane umana.


Fonti

Disclaimer AI

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale. L’AI è stata utilizzata come strumento di ricerca, confronto, elaborazione e supporto alla scrittura. La responsabilità editoriale, delle interpretazioni e delle conclusioni resta dell’autore umano.

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