La dieta che possiamo permetterci
Realtà, possibilità e giustizia nell’Italia di oggi
Non mangiamo soltanto ciò che ci fa bene: mangiamo ciò che possiamo permetterci.
È da questa frase che sono partito. Non da una dieta già scelta, non da una convinzione politica e nemmeno dalla volontà di dimostrare che qualcuno abbia ragione e qualcun altro torto.
Sono partito da una domanda molto più semplice:
Che cosa può realmente permettersi una persona quando deve alimentarsi?
A prima vista sembra una questione nutrizionale. In realtà è anche una questione economica, sociale e, alla fine, una questione di giustizia.
Prima viene la persona
Quando diciamo “la dieta di una persona” commettiamo già una prima semplificazione. Una persona può avere pochi mesi oppure ottant’anni. Può essere sedentaria o svolgere un lavoro fisicamente pesante. Può vivere sola oppure avere una famiglia. Può avere un reddito stabile, una pensione, un lavoro precario o nessun reddito. Non esiste quindi una sola alimentazione possibile per tutti.
Il CREA, attraverso LARN e Linee Guida per una sana alimentazione, distingue tra fabbisogni nutrizionali e indicazioni alimentari: i primi stabiliscono riferimenti per energia e nutrienti, le seconde traducono questi obiettivi in indicazioni alimentari concrete.
Questo è il primo punto fermo. Prima del cibo viene la persona.
Poi arriva il denaro
Qui comincia la parte che spesso viene lasciata fuori. Il reddito non coincide con il denaro disponibile. Una persona può avere un reddito, ma dover prima pagare casa, energia, trasporti, comunicazioni e altre necessità. Soltanto ciò che rimane può essere destinato alle altre scelte.
Per questo, quando parliamo di alimentazione, non dovremmo chiederci semplicemente quanto guadagna una persona.
Dovremmo chiederci:
Quanto le rimane realmente dopo avere pagato ciò che non può evitare?
È una differenza enorme.
Il supermercato non è uguale per tutti
Davanti allo stesso scaffale siamo formalmente tutti liberi di scegliere. Ma la libertà economica non è uguale. Chi dispone di risorse sufficienti può guardare prima la qualità e poi il prezzo. Chi dispone di risorse limitate può essere costretto a fare il contrario. Non significa necessariamente mangiare male. Significa che il prezzo entra dentro la decisione alimentare. Una persona può sapere che un determinato alimento sarebbe opportuno e, nello stesso momento, decidere di comprarne meno perché deve far quadrare il bilancio.
Quella è ancora una scelta?
In parte sì.
Ma è una scelta condizionata.
La realtà italiana
I dati italiani impediscono di considerare il problema soltanto teorico.
Secondo ISTAT, nel 2024 oltre 5,7 milioni di persone, pari al 9,8% dei residenti, vivevano in condizioni di povertà assoluta. Le famiglie coinvolte erano oltre 2,2 milioni.
Nello stesso anno, secondo ISTAT, il 9,9% della popolazione non poteva permettersi un pasto con una fonte proteica almeno ogni due giorni.
Non è corretto trasformare questi numeri in una sentenza sulla società italiana. Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorarli.
Dietro il 9,9% non c’è una statistica astratta.
Ci sono persone.
La spesa media non è la vita di tutti
Nel 2024 la spesa media mensile delle famiglie italiane è stata di 2.755 euro. La mediana era invece di 2.240 euro.
La differenza è importante: una media nazionale non descrive necessariamente la condizione della famiglia concreta.
Secondo ISTAT, inoltre, il 31,1% delle famiglie ha dichiarato di aver cercato di limitare quantità e/o qualità del cibo acquistato.
Questo non significa che un terzo degli italiani sia malnutrito.
Significa qualcosa di più preciso:
una parte rilevante delle famiglie ha dovuto intervenire sulla propria spesa alimentare.
Il prezzo cambia
Il costo della vita non è fermo. Ad agosto 2026 l’inflazione italiana era al 3,3% su base annua. I prezzi degli alimentari non lavorati crescevano del 3,8%.
Qualsiasi calcolo economico deve quindi avere una data. Una soglia valida oggi può non esserlo domani. Una dieta possibile in una determinata zona può non avere lo stesso costo altrove.
La realtà è mobile.
Sopravvivere non significa vivere
È a questo punto che il ragionamento cambia. Il termine “minimo” può essere ingannevole. Il minimo necessario per non morire di fame non coincide necessariamente con ciò che serve a vivere.
E vivere non significa soltanto assumere abbastanza calorie. Il riferimento ufficiale italiano più importante per la dimensione economica è il paniere di povertà assoluta ISTAT. Non è una semplice lista di alimenti: comprende beni e servizi considerati essenziali e la soglia varia in funzione della composizione familiare, dell’età dei componenti, della regione e del tipo di comune.
Questo ci insegna una cosa fondamentale: non esiste un unico prezzo nazionale della sopravvivenza.
Tre soglie
Sopravvivenza È il livello minimo necessario per evitare la privazione dei beni e servizi essenziali.
Vita reale È ciò che una persona riesce concretamente a fare con il proprio reddito, i prezzi che incontra e le spese che deve sostenere.
Vita possibile È ciò che potrebbe concretamente essere raggiunto per soddisfare adeguatamente i bisogni della persona senza sacrificare altri bisogni fondamentali.
Sopravvivere non è vivere.
E vivere ciò che si riesce a fare non significa necessariamente vivere ciò che sarebbe possibile.
Che cosa possiamo sacrificare?
Una persona può sacrificare una marca. Può rinunciare a un prodotto più costoso. Può ridurre una comodità. Può scegliere prodotti stagionali. Può cucinare di più. Può confrontare i prezzi. Può modificare alcune abitudini.
Ma esiste un limite. Non possiamo pretendere che una persona continui indefinitamente a sacrificare ciò che è necessario alla propria vita. Quando la rinuncia arriva alla quantità sufficiente di cibo, alla varietà indispensabile, alla salute o ad altri bisogni fondamentali, non stiamo più parlando soltanto di consumo.
Stiamo parlando di necessità.
E qui entra la giustizia
La giustizia non può essere misurata soltanto dalle intenzioni. Neppure dalla quantità di denaro che uno Stato spende. Deve essere osservata anche nella distanza tra il principio e la realtà. La Costituzione italiana, articolo 3, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, limitando di fatto libertà ed eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona.
Questa è una dichiarazione di principio.
La realtà, però, si misura altrove.
Si misura quando una persona apre il frigorifero. Quando va al supermercato. Quando controlla il conto. Quando deve scegliere quale spesa rimandare.
È lì che il diritto incontra la vita.
Stato, Governo, persona
Non bisogna confondere lo Stato con il Governo. Lo Stato è l’ordinamento e l’insieme delle istituzioni. Il Governo è un organo dello Stato che, nel periodo in cui esercita le proprie funzioni, determina e attua politiche pubbliche. Ma né lo Stato né il Governo possono essere valutati soltanto attraverso le loro dichiarazioni.
La domanda che interessa questo ragionamento è un’altra:
Che cosa arriva concretamente alla persona?
Non è una domanda di parte.
È una domanda di verifica.
Il metodo
È qui che entra il mio modo di ragionare. PENSAI non parte dalla risposta. Parte dalla realtà. Prima si definisce il problema. Poi si distinguono le variabili. Si separano i dati dalle opinioni. Si cercano fonti verificabili. Si formulano le possibilità. Si eliminano le conclusioni che i dati non consentono.
E soltanto alla fine si decide che cosa possiamo realmente affermare.
Applicato all’alimentazione, il percorso diventa:
PERSONA → FABBISOGNO → RISORSE → SPESE → PREZZI → POSSIBILITÀ → SCELTA → SACRIFICIO → REALTÀ → GIUSTIZIA.
Non è una formula matematica.
È un modo per evitare di saltare direttamente dalla teoria alla conclusione.
Il vero problema
Forse abbiamo passato troppo tempo a discutere della dieta perfetta. Forse dovremmo prima capire quale sia la dieta possibile.
Non per giustificare una cattiva alimentazione. Non per dire che chi ha meno denaro non possa mangiare bene. E nemmeno per sostenere che lo Stato debba decidere cosa deve mangiare ogni cittadino.
Ma per riconoscere una cosa semplice:
La libertà di scelta dipende anche dalle possibilità concrete di scegliere.
Il CREA ha affrontato anche il tema dell’accessibilità socioeconomica di una dieta sana nell’ambito del lavoro sulle Linee Guida.
Realtà contro giustizia
Non voglio concludere dicendo che l’Italia sia giusta o ingiusta.
Sarebbe troppo facile.
Preferisco lasciare che sia la realtà a porre la domanda. Nel 2024 milioni di persone erano in povertà assoluta e quasi una persona su dieci non poteva permettersi un pasto con una fonte proteica almeno ogni due giorni. Nel 2026 i prezzi continuano a cambiare. Le famiglie hanno capacità economiche molto diverse. Le esigenze nutrizionali non sono uguali per tutti.
Tutto questo ci porta davanti a una domanda che non è né di destra né di sinistra. È una domanda umana.
Quanto deve avere una persona non semplicemente per sopravvivere, ma per poter vivere?
Forse questa è la distinzione che abbiamo dimenticato.
- Sopravvivenza.
- Vita reale.
- Vita possibile.
Tra queste tre dimensioni esiste uno spazio. È proprio quello spazio che dobbiamo misurare. Perché la giustizia non dovrebbe essere ciò che immaginiamo possibile. Dovrebbe essere ciò che riusciamo a rendere realmente possibile.
E la realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.
Fonti
- ISTAT — La povertà in Italia, anno 2024
- ISTAT — L’insicurezza alimentare in Italia, anno 2024
- ISTAT — Spese per consumi delle famiglie, anno 2024
- ISTAT — Soglia di povertà assoluta
- ISTAT — Prezzi al consumo, agosto 2026
- CREA — Linee Guida per una sana alimentazione
- Senato della Repubblica — Costituzione, articolo 3
Disclaimer: questo articolo è stato realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. L’impostazione, la selezione finale dei contenuti e la responsabilità editoriale restano umane. I dati sono riferiti ai periodi indicati nelle rispettive fonti.
Hyłf Göt!
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