Quando il networking diventa complessità: LinkedIn e il carico umano
Dalla ricerca di persone alla gestione del confronto
Qualche tempo fa ho scritto su OffLineMind «Perché LinkedIn non mi basta più».
Non era una critica a LinkedIn.
Era la descrizione di un cambiamento nel mio modo di lavorare.
All’inizio cercavo persone. Leggevo profili, osservavo competenze, cercavo punti di contatto e iniziavo conversazioni. Poi alcune conversazioni sono diventate confronti. Alcuni confronti sono diventati ricerca.
E a quel punto mi sono accorto che il problema era cambiato.
Non era più trovare le persone. Era riuscire a gestire correttamente tutto ciò che nasceva dopo averle trovate.
Questa è la domanda dalla quale parte questo saggio.
Il contatto è solo l’inizio
Una rete professionale serve innanzitutto a creare relazioni.
LinkedIn stessa descrive la propria piattaforma come uno spazio per costruire relazioni professionali, comunicare e sviluppare opportunità. La messaggistica permette di mantenere conversazioni con i propri collegamenti. LinkedIn — Messaggi: panoramica
Nel mio caso, però, il contatto è diventato soltanto il primo passaggio.
- Una persona può essere individuata perché lavora sull’AI governance.
- Un’altra perché studia sistemi decisionali.
- Un’altra ancora perché affronta il problema degli agenti AI, della verifica o della supervisione.
Da quel momento ogni conversazione acquista un proprio contesto.
Devo ricordare perché ho contattato quella persona.
Devo sapere cosa abbiamo discusso.
Devo distinguere ciò che ha realmente detto da ciò che ho interpretato.
Devo sapere cosa è ancora aperto.
E soprattutto devo evitare di trasferire inconsapevolmente un concetto da una conversazione all’altra.
Il contatto è semplice. Il contesto è difficile.
Il vero lavoro è mantenere le distinzioni
Più procedo, più mi accorgo che il lavoro non consiste soltanto nel produrre informazioni.
Consiste nel mantenere le distinzioni.
Fatto.
Interpretazione.
Ipotesi.
Obiezione.
Verifica.
Conclusione.
Sono categorie diverse.
Se le confondo, il problema non è soltanto organizzativo.
Diventa epistemico: rischio di attribuire a qualcuno qualcosa che non ha detto, oppure di trattare come verificato ciò che è ancora un’ipotesi.
La ricerca sul task switching e sull’attention residue ha studiato gli effetti del passaggio da un compito all’altro quando il precedente rimane incompleto. Non dimostra direttamente ciò che accade nel mio lavoro, ma offre un riferimento utile per comprendere perché il continuo passaggio tra contesti possa avere un costo cognitivo. American Psychological Association — Task switching
Nel mio caso il problema è molto concreto:
ogni nuovo interlocutore può significare un nuovo contesto mentale da mantenere.
Il carico ricade su di me
Qui ho incontrato la parte che probabilmente avevo sottovalutato. Il sistema non fa tutto al posto mio.
Sono io che devo mantenere l’ordine.
- Devo ricordare.
- Devo verificare.
- Devo separare.
- Devo ricostruire.
- Devo controllare.
Non è soltanto tempo dedicato alla scrittura.
È attenzione dedicata alla coerenza.
E quando i confronti aumentano, aumenta anche il numero di elementi che devo mantenere distinti.
Il problema, quindi, non è necessariamente il numero dei contatti.
È il numero dei contesti attivi che devo gestire contemporaneamente.
Il caso particolare di PENSAI
Nel mio caso esiste una difficoltà ulteriore. PENSAI non è semplicemente uno strumento che utilizzo.
È il metodo attraverso il quale organizzo il lavoro.
Ma non è ancora un ambiente autonomo capace di gestire automaticamente tutte le relazioni, le conversazioni, le fonti e le verifiche che il lavoro genera.
Questo crea un paradosso:
utilizzo un metodo per governare la complessità, mentre devo ancora governare personalmente una parte della complessità necessaria per utilizzare il metodo.
Non considero necessariamente questo un difetto.
È una condizione del progetto nella sua fase attuale.
Ma è una condizione reale.
E se voglio capire dove PENSAI debba evolvere, devo considerarla.
La prima risposta: l’email
La prima scelta concreta è stata spostare progressivamente il confronto continuativo da LinkedIn alla posta elettronica.
Non ho smesso di usare LinkedIn.
Ho semplicemente assegnato agli strumenti funzioni differenti:
LinkedIn → individuazione e primo contatto
Email → confronto continuativo
PENSAI → elaborazione e verifica
La posta elettronica mi permette di mantenere più facilmente un filo separato per ogni interlocutore.
Posso ritrovare una conversazione.
- Posso rileggerla.
- Posso tornare al contesto.
Ma non considero l’email una soluzione definitiva.
Anche una casella di posta può diventare complessa.
È semplicemente la prima risposta pratica che ho trovato per ridurre una parte della confusione.
La seconda risposta: una sola lingua
Poi è arrivato un altro problema: la lingua.
Il confronto è internazionale.
Ma molti concetti che sto elaborando non sono ancora definizioni consolidate.
Sono concetti in costruzione.
E quando un concetto è ancora in costruzione, tradurlo continuamente può introdurre una variabile che preferisco controllare.
Una parola può cambiare significato.
Un termine tecnico può assumere una sfumatura diversa.
Una frase può sembrare più precisa dell’originale.
Per questo ho scelto di elaborare e scrivere in italiano.
Poi, quando necessario, traduco.
La sequenza è:
definire → scrivere → tradurre → verificare.
È un passaggio in più.
Ma in questa fase preferisco un passaggio in più a un possibile fraintendimento.
Precisione e sostenibilità
Qui emerge una seconda tensione.
- Più voglio essere preciso, più devo controllare.
- Più controllo, più tempo impiego.
- Più tempo impiego, maggiore diventa il carico.
Quindi esiste una relazione che non posso ignorare:
precisione ↔ costo di gestione.
Non significa che la precisione debba essere ridotta.
Significa che anche il costo necessario per ottenerla deve essere considerato.
Un sistema può essere teoricamente rigoroso e diventare, nella pratica, troppo pesante da gestire.
Questa è una possibilità che vale la pena osservare.
Quando il networking diventa ricerca
È qui che, per me, è cambiata la natura del lavoro.
All’inizio pensavo alla rete.
Oggi penso ai percorsi che nascono dalla rete.
- Un contatto può generare una domanda.
- La domanda può generare una ricerca.
- La ricerca può produrre un confronto.
- Il confronto può modificare un’ipotesi.
- La modifica può richiedere una nuova verifica.
- Una conversazione iniziata su LinkedIn può quindi terminare molto lontano dal luogo nel quale è iniziata.
Per questo il numero dei collegamenti non mi sembra più una misura sufficiente.
La domanda diventa:
quanti confronti reali posso gestire mantenendo intatto il contesto di ciascuno?
Non è una questione di scegliere il vincitore
Non credo sia utile concludere che LinkedIn sia peggiore dell’email.
Sarebbe una semplificazione.
I due strumenti svolgono funzioni diverse.
E lo stesso vale per OffLineMind e PENSAI.
Il punto non è trovare lo strumento migliore in assoluto.
Il punto è capire quale funzione stiamo chiedendo a ciascuno strumento di svolgere.
Un ambiente progettato per il networking può essere molto utile per trovare persone.
Un ambiente di posta può essere utile per mantenere un confronto.
Un metodo può aiutare a strutturare un processo decisionale.
Ma nessuno di questi elementi, preso singolarmente, risolve necessariamente l’intero problema.
La vera variabile: la scala
La domanda che oggi considero più interessante è questa:
quanto può crescere un sistema di confronto prima che il carico necessario per gestirlo diventi eccessivo per una sola persona?
Non esiste necessariamente una soglia universale.
Cinque interlocutori molto complessi possono richiedere più attenzione di cinquanta conversazioni superficiali.
Per questo il numero delle persone non è sufficiente.
La variabile che mi interessa è un’altra:
il numero dei contesti che devo mantenere contemporaneamente coerenti.
È questo che determina, almeno nella mia esperienza, la difficoltà reale.
Una domanda ancora aperta
Il primo articolo chiedeva:
Perché LinkedIn non mi basta più?
Oggi la domanda è cambiata.
Come posso aumentare il numero dei confronti senza aumentare nella stessa misura il carico cognitivo necessario per gestirli?
Non so ancora quale sia la risposta.
- Potrebbe essere un nuovo strumento.
- Potrebbe essere una combinazione di strumenti esistenti.
- Potrebbe essere una diversa organizzazione del lavoro.
- Potrebbe richiedere un’evoluzione dello stesso PENSAI.
- Potrebbe essere una combinazione di tutte queste cose.
- Non voglio stabilirlo prima di averlo verificato.
- Per ora posso soltanto osservare ciò che accade.
Ed è forse questa la parte più importante dell’esperienza.
Un metodo decisionale non deve essere valutato soltanto per la qualità delle decisioni che produce. Deve essere osservato anche per il carico umano necessario a mantenerlo coerente.
Questa, oggi, è la domanda che mi interessa.
Non:
«Quale piattaforma è migliore?»
Ma:
«Quanto lavoro umano richiede un sistema per rimanere coerente mentre cresce?»
La risposta, per me, è ancora aperta.
Ed è proprio per questo che vale la pena continuare a cercarla.
Nota metodologica
Questo saggio nasce da un’esperienza concreta di lavoro con PENSAI e dall’evoluzione del rapporto con gli strumenti utilizzati per il confronto professionale.
Le osservazioni personali sono presentate come esperienza individuale e non come dimostrazione generale dell’inadeguatezza di LinkedIn, dell’email o di altri strumenti.
I riferimenti alla ricerca cognitiva vengono utilizzati come quadro concettuale e non come prova diretta dell’esperienza descritta.
Contenuto elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Salvatore Martino
PENSAI — OffLineMind
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